24/12/2009

La comunità

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Quando si tenta di narrare la storia di una ex comunità, si commettono sicuramente errori, travisamenti, si è responsabili di dimenticanze e interpretazioni erronee, dovute al fatto che nel frattempo l'abbiamo frequentata poco ed è cresciuta con le proprie gambe. Certamente è interessante notare come alcuni personaggi si siano evoluti, abbiano  trovato sviluppi nuovi ed impensati. Recentemente ho assistito alla discussione della tesi di laurea specialistica di una mia ex allieva, che nel frattempo ha già pubblicato la sua prima tesi. Questo forse ci fa anche rendere conto, con figli che vanno a scuola, che ormai siamo dei vecchi giovani o se preferite dei giovani vecchi. In effetti, al di là delle rughe o di qualche capello bianco - ma soprattutto del logoramento tipico di una generazione, che ha ancora figli non autonomi, ma genitori a cui badare, perchè tutto sommato non si è diventati padri presto - non mi sento vecchio. La gente quando osserva per la prima volta il mio sguardo spesso insicuro di eterno adolescente,  si rivolge quasi sempre con un tu. Forse per la prima volta mi sento rivestito di quella pellicola sottilissima di cinismo che mi consente, alfine, di sopportare la quotidianità nonostante la mia eccessiva e quasi patologica sensibilità. Per la prima volta,  non da molto  tempo, ho uno stipendio (non aggiornato alla mia anzianità) per dodici mesi l'anno, che mi consente - unitamente alla mia famiglia - di intraprendere qualche viaggio, che non abbiamo mai fatto, grazie anche alla forte riduzione dei voli. Sono diventato, anch'io ma solo nella parte positiva del termine, un consumatore, uno che prenota una casa in un'altro stato grazie al web, pagandola molto meno che in un agenzia, e facendosi amici i proprietari. Stessa cosa per i giochi di mia figlia, i biglietti aerei, ferroviari, i pezzi di ricambio dell'auto, ecc. Dunque rispetto al tempo della comunità, ho fatto un passo avanti, si potrebbe dire (soprattutto per essermi avvicinato ad un livello rudimentale di tecnologia, per me sempre ostica). Si potrebbe dire che anche nel campo espressivo ho raggiunto livelli ben superiori a quelli dell'ensemble: recitare Piumini al festival di Spoleto (con successo) non succede tutti i giorni, come scrivere un romanzo o essere contattato da un'importante casa editrice per un testo scolastico di Storia, tanto per dire le prime cose che vengono in mente. Ma è anche  vero che all'età del giovane vecchio non si hanno quasi più spazi di condivisione con gli altri quando raggiungi qualche risultato.  E anche i viaggi rischiano di rimanere una serie di istantanee salvate sul PC, e ti rendi conto, qualche volta, che il sogno era superiore non alla realtà, ma alla realizzazione del sogno stesso, anche perchè qualche acciacco ci mette la mano e la meta agognata te la godi meno .  Il segreto è dunque, da giovani vecchi continuare a coltivare piccoli sogni. 

Siamo vicini alle feste, e, come capita quando si ha un'oretta in più a disposizione, ti ritrovi in mano cartoline di compagni di università, con i quali ti rendi conto di aver condiviso molto, ma che oggi ti risultano essere quasi degli estranei. Forse perchè quando ci siamo laureati (quasi quindici anni fa) non usavano ancora i numeri di cellulare per scambiarsi gli sms a Natale, o gli indirizzi mail, o skype. E, rileggendo, mi rendo conto che oggi capisco  fino in fondo ciò che mi è stato scritto allora.  Mi rendo conto pure che se non vivessi in un altra regione, ad almeno 200 km  di distanza, potrei essere l' insegnante di un figlio di qualche compagna di università, visto che oggi sono dei teen. Da ciò segue che prima della comunità di aggregazioni ne ho vissute molte (dai colleghi del Varesino,  a quelli delle varie Accademie musicali ove ho prestato servizio, i compagni di Università della Bassa Padana e il Piemonte del Conservatorio) , e se ne sono aggiunte altre (famiglie di bambini compagni di mia figlia, ex colleghi di scuole medie dove sono rimasto per otto anni,  nuove amicizie). Forse non c'è nulla di definitivo nella continua metamorfosi della vita, ma proprio per questo esperienze come il SATOR vanno ricondivise. Almeno provarci!

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23/11/2009

Creare mostri

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Mia moglie, quando non era ancora mia moglie, diceva che con l'ensemble avevo creato dei mostri. Ma non come quelli generati dal sonno della ragione: piuttosto nel senso che, trentenne, dopo dodici anni trascorsi lontano dalla nostra città - tra pianura padana, lago Maggiore e Alto Adige - avevo portato scompenso e confusione nella nostra statica e sonnolente (anche nei giovani!) città. Questi dodici anni mi avevano visto affiancare maestri celebrati di diversi regioni e paesi, con il loro bagaglio di esperienze e soprattutto di emozioni sonore. Ma in più  avevano consentito di aprirmi a 360° sull'umano, con tradizioni e costumi molto diversi. La sete di curiosità e sapere mi guidava: per me non c'erano barriere. Non c'era una musica minore o maggiore: l'importante era che possedesse una funzione antropologica, una dimensione di coinvolgimento e condivisione. Era chiaro che fossi digiuno su alcuni generi, ma i componenti del nuovo ensemble mi aiutarono appunto nel seguire un canto difonico, piuttosto che conoscere un gruppo polifonico etnico o ascoltare dal vivo un concerto live di rock progressive. E poi c'erano alcuni must tra gli ascolti di riferimento: l'Hilliard Ensemble, l'etichetta ECM in generale, forse per una certa componente artistico-culturale, ancor più che sonora. Alcuni compositori viventi, il connubio con poeti o drammaturghi anch'essi viventi (si pensi a Berio-Sanguineti, per rimanere nell'ambito della nostra regione). Naturalmente tutto ciò andava ad incunearsi anche con una componente magico-taumaturgica della musica, che diventava respirazione, armonia, rilassamento, contatto con la natura, con gli elementi, alla ricerca profonda di un Sé nel contesto giusto, al momento giusto, con le persone giuste. Ne derivava da tutto ciò una naturale eutimia, che non  era suggestione e neppure trucco. Era partecipare ad un progetto emotivo collettivo: a cui non si escludeva la gita a piedi, la visita alla chiesa rurale, il pasto genuino, l'ascolto delle stagioni, la visione di frequenze cromatiche naturali o archetipiche. Il tutto mosso dalla gratuità e dal mettere a disposizione i saperi e le abilità. Era la negazione di un certo consumismo e degli sprechi a cui eravamo abituati ed educati, al di fuori  di ogni confessione, non per negare la spiritualità, ma per esaltarla  . Era la ricerca di un démodé, originato non dalla noia,  ma  reale espressione di un modo di essere snob, mai snobista. E dunque, poche persone seguaci e originali, al contempo, non potevano  che superarmi nella coerenza ad un essere diversi: e il nostro stare insieme non poteva che mostrarsi tale, se dava agire di essere e  non di apparire o possedere.

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13/10/2009

Rammentare

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E' difficile trasmettere qualcosa a chi non l'ha vissuta. Ma forse, anche per chi ha fatto parte di quest'esperienza, non è facile, recuperare momenti del passato, emozioni condivise, magari con persone che non frequentiamo più. Eppure credo, che proprio oggi a 6 anni - mi sembra un secolo - dalla chiusura delle attività e del naturale scioglimento di questa compagine - e a quasi 12 dall'origine - si possa, con la giusta distanza e serenità, tracciare un percorso oggettivo, senza farsi prendere dalla retorica, nostalgismi del caso, o pregiudizi negativi. Questa attività - che musicale-spettacolare, mi sembra ingiusto definire, non perchè questi fini fossero realizzati con pienezza, ma proprio perchè gli intenti sono sempre stati altri, di condivisione appunto, comunicazione, trasmissione, riscoperta di saperi, culture - ha caratterizzato soprattutto una fase del nostro vivere, che, come è giusto che sia, è finita. Se vogliamo che il vivere sia vita. E quindi morte e rivoluzione. Mantenere in vita è non vivere, è, anche se in altri contesti sarebbe assurdo dire così,  morire.  Questa esperienza terminata ci ha portato ad altro,  ad una crescita umana, interiore, spirituale, che non ha contraddetto il più delle volte l'esperienza precedentemente maturata, anche se come avviene in una nuova fase, apparentemente i nuovi coinvolgimenti sembravano seppellire e archiviare in modo definitivo il vissuto dell'ensemble SATOR. Già sul nome qualcuno potrebbe obiettare: mi sono sentito dire di tutto e di più su questa scelta, che pure, allora ritenevo sacra e sancita non da me. Si è sovrani per grazia di Dio e volontà della nazione, altrimenti si è solo degli imbroglioni. Allo stesso modo quando si battezza un gruppo culturale, artistico, il nome deve corrispondere agli intenti ai quali - almeno con i fondatori del gruppo - si è creduto di poter mirare. Per me questo motto acrostico e palindromo latino, di età protocristiana, mi suggeriva soprattutto l'idea di un tutto, in cui le parti - le lettere che lo compongono - potessero essere strutturali, ma anche dare risultanze diverse, a seconda della loro diversa collocazione. Il tutto in un ludus, altra parola chiave, che sapeva un po' di combinatorio e infinito. Questo nome reificava il nostro stare insieme al di fuori delle prove, ci definiva, visto che non tutti possono sfoggiare una programmatrice, tre ingegneri, un chimico, una scenografa-costumista, una restauratrice, un tuttologo esteta ed esegeta, una ricercatrice.

Certo quando un po' per caso e inconsciamente ci incontrammo, il giorno dell'Epifania del terzultimo anno del secondo millennio, all'interno 11 del civico 13, ubicato in una via dedicata ad una montagna, teatro di una grande battaglia della Grande Guerra - anch'io abitavo allora in una via intitolata ad un fiume della stessa Guerra - con Marcello, Carla, Luca,  Aurelio, Maura, Claudia, Alberto, Lucilla, ci rendemmo subito conto della solennità della vocazione, della chiamata. Poco conta che alcuni fondatori, lasciassero col tempo il testimone ad altri (Isabel, Monica, Antonio, Angela) che di lì a poco avrebbero costituito (con altri due Antonio)  il gruppo (definitivo) degli Undici, rimasto inalterato negli ultimi tre anni.

Anche la sede, dopo vari appartamenti e qualche collocazione provvisoria, trovò luogo definitivo al Santuario delle Nasche, (dotato di acustica eccellente)  nella valle Sturla, per merito della generosità di quell'uomo unico, che risponde al nome di Marino.

In quello stesso anno vi furono pure tre uscite pubbliche, a Cassano Spinola (AL), alla Chiesa del Ss. Sacramento e alla centralissima Chiesa della Consolazione della nostra città. Anche perchè allora l'ensemble contava almeno 20 elementi stabili, almeno altri 20 tra - diciamo così -  supporters e congiunti, e una decina di membri che entravano e uscivano. In quel momento mi sembrarono premature le performances,  ma in effetti, anche il confronto con gruppi più collaudati,  incoraggiò a considerare quelle tre esecuzioni non solo come un momento espressivo collettivo, ma anche come la possibilità di dire qualcosa di nuovo - a livello amatoriale - nella nostra rafferma città.  

 




19:36 Scritto da: amfortas1 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook